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TROUGH A GLASS DARKLY of #calicisonori / Spaccamonti interview

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Prima di partecipare a CaliciSonori eri già stato nel Monferrato?
Sì, ma sempre di passaggio , purtroppo.
Qual è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi al Monferrato?
Al vino? Al vino.
In che modo l’elemento che ti è venuto in mente può influenzare il tuo universo creativo?
Credo che in dosi contenute possa aiutare a concentrarsi e lasciarsi andare sia nell’improvvisazione che nella composizione di nuovi brani. Anche un’esecuzione può giovarne… Per quanto mi riguarda un buon bicchiere di vino prima di un live mi rilassa e – se possibile – cerco di non farmelo mancare mai.
Monfrá sta creando un polo culturale rurale immerso nel verde che sarà denominato PAN- Polo dell’Arte e della Natura in cui ospitare performance, concerti, mostre, workshop e residenze.  Secondo te un luogo così potrebbe aiutarti nella ricerca e durante il tuo processo creativo? Se sì, In che modo?
Quasi ogni luogo può aiutare la creatività…o meglio, di sicuro la può influenzare. Molti musicisti tendono a cambiare studio o città per evitare di ripetersi e fanno bene. Lo stesso brano registrato in una grotta o in riva al mare avrà per forza esiti diversi quindi inediti.
Cosa ne pensi del legame che ricerca Calici Sonori tra musica e vino?
E’ una buona idea che andrebbe sviluppata e approfondita .
Sei un tipo da Barbera o da Grignolino?
Barbera, decisamente, ma nel vostro caso Grignolino.
Allora cosa ne pensi di Panikos, il nostro Grignolino?
E’ piacevole, leggero , “scende bene” e la grafica che lo accompagna è bellissima.
Solitamente tendo ad ignorare il grignolino ma in questo caso devo farvi i miei sinceri complimenti.

Grazie Paolo per aver portato il tuo universo sonoro sulle nostre colline!

Azienda Agricola MONFRA’

 

 

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In the mood of Panikos

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La prima volta in cui abbiamo posato gli occhi su quello che sarebbe presto divenuto il nostro primo vigneto l’immagine ideale del Grignolino, di un vitigno esuberante, anarchico, indomabile era molto lontana ed i lunghi tralci rinsecchiti, come fili d’ Arianna, conducevano verso qualcosa di mostruoso. Cosa poteva aver piegato quel titano?

Il colle su cui era disteso era meraviglioso, con un’esposizione “da cinema”, ma il film che stavamo guardando era di una brutalità inaudita. I filari, stecchiti, brillavano, sferzati dal vento, sotto al freddo sole di febbraio. L’erba, ghiacciata, era indietreggiata di fronte all’avanzata di grandi spazi fangosi. Il vigneto era in abbandono e, solo, continuava la sua esistenza come un vascello alla deriva. Le viti apparivano come soldatini in fila, con il morale a terra, come chi, di ritorno da una battaglia persa già presagisce un’altra Caporetto, insomma tutt’altro che tralci indomiti e vigorosi.

Il vigneto era come un superstite, un organismo svilito, immobile nella sua trincea, in attesa di un segno in grado di restituirgli il coraggio di muoversi. Capimmo che avremmo dovuto prenderci cura di lui. Lì la questione non era quanto avrebbe prodotto ma la domanda da porsi era come risollevarlo dalla sua visibile sofferenza, come rianimarlo. Sotto ai cristalli di ghiaccio, al di là dei fili di ferro, era visibile un carattere insolitamente forte, una fibra instancabile, un orgoglio assoluto e primitivo.

Ed è cosi, che,tra mimesi ed osmosi, decidemmo di aiutarlo a ritrovarsi, a liberare tutto, ma proprio tutto, il suo caratteristico entusiasmo. Le “operazioni di rigenerazione” sono allora iniziate sulle note dell’album End of the Century dei Ramones. Seppure con un po’ di pena potammo i suoi tralci aggrovigliati, sanammo le sue cicatrici, tagliammo l’erba tra i filari e lo riportammo a ciò che più poteva avvicinarsi alla forma tradizionale promettendogli di lasciarlo in pace, di dargli il tempo di riprendersi, di non chiedergli niente.

17861537_772112646303164_5504128526489722782_nTornammo alcuni mesi dopo e ci rendemmo conto che lui era lì, presente, forte, sano. I suoi tralci erano diventati lunghi, la sua chioma scompigliata vibrava mossa dal leggero vento primaverile, le coccinelle e gli altri pronubi avevano ricominciato a frequentare le sue fronde, il tappeto erboso ai suoi piedi era diventato soffice, verde, pieno di erbe spontanee come la mentuccia, il tarassaco, la borragine, dei sempre più rari fiordalisi (vittime dei diserbanti), di orchidee selvatiche e di molte altre. Tra i filari si nascondevano lepri, piccoli topi, volpi ancestrali dalle code argentate ed antichi ramarri verde smeraldo.

Eccolo lì, con la sua aria sfrontata ed esuberante, con la sua scompostezza irriverente, con il suo profondo animo punk. Il gigante si era rialzato e ci stava ringraziando con una generosità commovente. Il suo spirito ribelle era tornato!

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A questo punto non restava che dargli un nome. Doveva essere un nome fedele alla sue indole selvaggia, un nome antico, ma allo stesso tempo punk. Ci mettemmo pochissimo. Subito ci venne in mente il Dio Pan, il satiro per eccellenza, un po’ antropomorfo ed un po’ caprone, che con il suo flauto diffondeva nei boschi e nei campi melodie misteriose ed inebrianti e poi, ovviamente, la musica punk che accompagnava ogni nostra immersione al suo interno. Da due parole una, il gioco era chiaro ed il dizionario greco ci dava la sua magica benedizione.

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PAN-i-K-os: πανικός 1. relativo al dio Pan, dio delle montagne e della vita agreste, patrono del riposo meridiano; in partic., era detto timor p., terrore p. quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano cagionato dalla presenza del dio Pan; letter., ora p., quella assolata e sensuale del meriggio estivo. 2. Che riguarda la natura concepita paganamente o panteisticamente come forza vitale e creatrice, causa di sgomento e insieme oggetto di ammirazione: le forze p. dell’universo; un senso p. della natura; il carattere p. della poesia dannunziana

 

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L’origine di Heremit

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La prima volta in cui siamo entrati nel vecchio vigneto abbiamo capito, all’istante, che i vini che avrebbero preso origine da quelle viti sarebbero stati da trattare come i personaggi di una storia mantenendo puri i loro tratti essenziali, assecondandone le inclinazioni del loro carattere e facendo il possibile per definire la loro identità. Solo più tardi, però, nel giorno della nostra prima vendemmia, avremmo capito che questa nostra prima impressione era quanto mai vera. Con i nostri pensieri avevamo anticipato i propositi del fato o forse il fato aveva voluto giocare (a carte) con noi e questa che vi raccontiamo è la storia dell’origine di Heremit.

Era la sera del 19 settembre di quella che, senza dubbi può definirsi un’ottima annata, il 2016. Al tramonto, dopo una lunga giornata di vendemmia, a bordo di un vecchio rimorchio carico delle nostre cassette di Barbera, ci dirigemmo verso la pesa pubblica. A quell’ora l’aria era già piacevolmente fresca, la luce disegnava un paesaggio magico e colorava di un arancio intenso la polvere che si alzava dalla strada al passaggio del nostro carretto. L‘immagine del carro che lento risaliva la capezzagna del vigneto aveva qualcosa di epico. Tutto quello, che era sconosciuto improvvisamente era diventato naturale, un po’ come se quella non fosse la prima vendemmia, come se quel carro, non stesse facendo altro che ripetere un tragitto familiare, come se con il suo passaggio stesse rimarcando nella mente le tracce dei molti viaggi del passato. Il trattore borbottante con il suo rimorchio colmo d’uva proseguiva oscillando a destra e a manca con un andamento sinuoso ricordando i campi lunghi dei film western dove il carro dei coloni sfila via lento verso l’orizzonte alla ricerca di terre inesplorate. Ed era così che ci sentivamo in quel momento, come pionieri nel far-west, sporchi, stanchi e felici. Dopo quella dura giornata tra i tralci sembravamo un blend tra dei guerrieri apache e dei moderni Billy the kid e Calamity Jane usciti da chissà quale guazzabuglio nel selvaggio west. Dondolando e fantasticando eravamo giunti alla pesa di Vignale Monferrato, avevamo posizionato il carro sopra la piastra d’acciaio ed avvicinandoci al computer della gigantesca bilancia il nostro sguardo è stato attirato da qualcosa ai piedi del meccanismo, un cartoncino consunto.

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Si trattava di una carta, di un tarocco scivolato via dal suo mazzo, caduto dalla tasca di chissà chi o lasciato lì, in quel posto isolato e rado da qualcuno. Ma da chi? e poi, perche? Era chiaro che quell’incontro, avvenuto così per caso, in quel luogo indefinito, in quella spianata isolata, larga e di confine non poteva essere senza significato. Era la volontà del fato, l’indicazione del destino. E’ così è stato.

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Da quei grappoli di Barbera che quel giorno riposavano affastellati alle nostre spalle, nei mesi successivi ha avuto origine un vino ermetico e profondo che non poteva che chiamarsi come il fato ci aveva indicato: HEREMIT.

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Monfrà Tales

•Viti e vita sulle colline del Monferrato!•

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La nostra collina , San Lorenzo, Vignale Monferrato, Novembre 2017 – Foto di Sara Leila Castagnella

Questo blog raccoglie le nostre riflessioni e le nostre storie, racconta l’origine dei nostri vini, la loro creazione dal vigneto alla bottiglia, la nostra storia, i nostri progetti e la nostra filosofia. Qui si parla di come scorre la  vita sulle belle colline del Monferrato, di vino, di arte e di natura.

 

 

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